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Il relitto romano di Comacchio

rif. : fr.1932.2019 | 16 febbraio 2019 | di Francis Leveque
épave | Quarto quarto del Ier secolo a.C.
Italie du nord ( Italie )
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C’è voluta una tempesta sconosciuta per causare una tragedia umana a persone di cui non sappiamo nulla, in modo da poter vedere una traccia di una parte della loro vita. Chi c’era su questa barca sotto Augusto? Sono usciti vivi? Perché il contenuto della nave non è stato recuperato?

La nave romana di epoca imperiale è stata rinvenuta in maniera fortuita nell’immediata periferia di Comacchio, a lato della strada verso Ferrara in Valle Ponti, nel 1981, durante i lavori di manutenzione dei canali di bonifica.

La descrizione dei contenuti della nave è ampiamente ispirata al commento del Museo Delta Antico.

La nave naufragò, probabilmente a causa di una mareggiata, aveva conservato interamente il carico commerciale e anche molti oggetti di uso quotidiano, parte dell’armamento della nave o utilizzati nelle molteplici funzioni della vita di bordo. Si arenò presso la foce del fiume durante il suo tragitto verso il nord per raggiungere il Po.
Le sovrastrutture furono distrutte da onde che devastarono la barca alla sua base e la affondarono nella sabbia.
Il veloce insabbiamento della nave permise la conservazione dei carico, ora esposto nelle sale del museo, e dello scafo.

Lo scavo archeologico

E stato possibile recuperare la barca nel corso di tre campagne di scavo condotte dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna, nell’arco di una decina di anni.
L’intera parte superiore del relitto è stata portata alla luce e il carico è stato recuperato durante una stagione di scavo su larga scala nell’estate del 1981. Successivamente, la nave è stata sommersa sotto la falda freatica per conservare i pezzi di legno.
La campagna di scavo invernale del 1986/87 ha portato al recupero del carico e degli oggetti della vita quotidiana appartenenti a marinai e passeggeri. Finalmente l’anno scorso, durante l’inverno del 1988/89, lo scafo fu recuperato grazie ad un sistema di una gabbia metallica che lo avvolgevano e lo estraevano da terra. Lo scafo fu quindi sollevato e trasportato all’interno del complesso di Palazzo Bellini a Comacchio.

Di conseguenza, è iniziata una vasta campagna di restauro. La barca è stata collocata in una scatola lunga 25 m in cui è stata gradualmente impregnata di PEG (polietilenglicole). Il trattamento ha preservato ed esposto quasi tutti i resti della nave e del suo carico.

La nave

Si tratta di un’imbarcazione della lunghezza di venti metri circa, a propulsione velica e a fondo piatto per la navigazione in acque interne o sottocosta.

Lo scafo è conservato per una lunghezza di poco più di 20 m. Una parte del babordo è ancora collegata a poppa, mentre verso prua (identificata grazie alla presenza di un’ancora) gli stacchi del tavolato sono staccati e sovrapposti. Mancano la prua e il lato di tribordo. Una fenditura spezza il fasciame vicino alla poppa.
La barca non ha una chiglia ma una tavola principale funge da chiglia. La poppa è un pezzo complesso di legno di olmo, alto 1,70 m. La sua estremità superiore era attaccata alla poppa (che non sopravvisse) per mezzo di un gancio.

La struttura dello scafo è composta da tavole di olmo unite da rinforzi diagonali fissati da chiodi in ferro orizzontali. La larghezza delle tavole varia da 17 a 29 cm, mentre lo spessore medio è di 5 cm. Il tutto è assemblato cucendo con corde.
La guida è mantenuta da un sistema di tenoni (7 cm) e mortase (8 cm). Le caviglie sono di diversi tipi di legno (frassino, corniolo, tiglio).
Il fasciame interno è composto da vari legni (noce, olmo e rovere).

I lingotti di piombo

I bolli commerciali impressi sui lingotti di piombo del carico consentivano di datare il viaggio della nave in un arco di tempo preciso: l’epoca di Ottaviano Augusto prima della morte di Agrippa, suo collaboratore e genero, entro il 12 a.C.
La nave trasportava 102 pani di piombo, di peso variabile tra i 19,5 e i 41,5 kg, provenienti da miniere spagnole. Sono quasi tutti bollati con la sigla AGRIP, ovvero Marco Vipsanio Agrippa, il grande generale di Augusto. Si ritiene che i marchi MAC, GEM, LPR siano riferiti alle legioni Macedonica, Gemina e Legio Prima, comandate da Agrippa durante le guerre cantabriche nel nord della Spagna, intorno al 19 a.C.
L.CAE.BAT potrebbe invece riferirsi al nome di un importatore, Lucius Caesius Batius.
Il peso in calcare serviva per controllare i lingotti di piombo con una grande bilancia in legno a due bracci. La sigla T.RVFI, incisa sulla faccia superiore, si riferisce ad un Titus Rufus, forse l’armatore o il magistrato che aveva certificato il peso.

L’ancora della nave

L’ancora, oggi ricoperta da spesse concrezioni, è composta da elementi a sezione rettangolare in ferro.
Misura 2,25 metri di altezza ed è del tipo a marre ricurve, diffuso nel mondo romano dagli inizi del II secolo a.C.
Ha anelli in ferro a cui venivano legate le cime per calare l’ancora in mare e facilitarne il recupero in caso di incaglio. Era collocata probabilmente sul ponte verso prua, disarmata del ceppo che era appoggiato a lato.

Carico della nave

Le numerose anfore provengono da diverse aree geografiche.
Un gruppo, destinato a contenere olio o vino, è di produzione adriatica (dalla Cisalpina al Piceno), un altro conteneva pregiati vini dell’Eolia (le isole greche di Chio e di Lesbo), della Caria (Cnido, sulla costa dell’attuale Turchia) e dell’Isola di Kos.
Le anfore erano chiuse con tappi di terracotta, alcuni dei quali realizzati a stampo, altri riciclati da pareti di anfore rotte, probabilmente sigillati con un impasto di pozzolana.
Su molte anfore sono riportate diciture eterogenee e di difficile interpretazione.
Vi sono marchi di fabbrica, resi con bolli e segni impressi a crudo, ma anche diverse sigle, dipinte o graffite, che possono riferirsi al contenuto, all’anno di produzione, invecchiamento, provenienza, destinazione, capienza, ai nomi del commerciante o del responsabile della pesatura.

Marinai e passeggeri

Molti sono gli effetti personali delle persone a bordo: scarpe, borse, ceste, parti di abiti e custodie impermeabili in cuoio per il bagaglio. Ma anche dadi e pedine, contenitori per medicinali, accessori per l’igiene personale, un piccolo idolo dalle sembianze grottesche con funzione di amuleto.
Nell’ antichità non esistevano navi adibite esclusivamente al trasporto dei passeggeri, che venivano ospitati su qualsiasi nave commerciale fosse diretta alla loro destinazione. Indizi della presenza di passeggeri potrebbero essere i resti di calzature femminili e una pantofola da bimbo.
Quest’ultima poteva tuttavia appartenere anche ad un giovane lavorante o apprendista marinaio.

Militari a bordo

Le caligae (i sandali chiodati dei militari), un gladio (spada) finemente decorato, la guarnizione del fodero di un pugnale e il fulmine alato di Giove che decora una delle cassettine lignee, indicano la presenza a bordo di uno o più soldati, forse una scorta armata alle merci, o più probabilmente un ufficiale in trasferimento.

I tempietti miniaturistici

I tempietti della nave di Valle Ponti sono una testimonianza unica di oggetti di devozione.
Alcune fonti antiche attestano che nel mondo ellenistico-romano venivano prodotti tempietti miniaturistici in oro o argento come ex voto e per pratiche personali di devozione. I tempietti di Comacchio sono prodotti in serie con lastrine stampate di piombo argentifero, montate con punti di saldatura o ad incastro.
Riproducono esempi generici di tempio su podio con colonnine ioniche. Hanno piedi configurati a zampe di leone e anelli di sospensione.

                                      

Bibliografia :

  • C. Domergue, Les lingots de plomb de l’épave romaine de Valle Ponti (Comacchio), in Epigraphica , vol. 49 , 1987
  • F. Berti, Fortuna maris : la nave romana di Comacchio - Catalogue de l’exposition présentée au Palazzo Bellini, à Comacchio, du 28 avril au 31 décembre 1990, Nuova Alfa ed., Bologne , 1990
  • C. Meucci, F. Berti, Schede di archeologia dell’Emilia Romagna. La nave di Comacchio : documenti di un restauro, Soprintendenza archeologica per l'Emilia Romagna, Bologne , 1997
  • M. Simoni, L. Ruffoni, G. Mezzogori, La nave romana di Comacchio : appunti di un viaggio nel passato, Tipografia Don Bosco,, Comacchio , 1997
  • C. Domergue, P. Quarati, A. Nesta, P.R. Trincherini , Retour sur les lingots de plomb de Comacchio (Ferrara, Italie) en passant par l’archeometrie et l’epigraphie. , in Minería y metalurgia antiguas. Visiones y revisiones. Homenaje a Claude Domergue, Casa de Velázquez, Madrid , 2012
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